Addio all’Istria
Saluto la mia regione, l’Istria, ed è un addio senza possibilità di ritorno. Ho venduto la casa dei miei avi, sbaraccato, portato via le cose essenziali e consegnato le chiavi ai nuovi proprietari. Era la casa dei Punis, la famiglia di mia madre, costruita da loro stessi quando sono arrivati in Istria nel 1773 (abbiamo trovato la data di costruzione scolpita nella pietra). Un mondo di ricordi e tradizioni familiari se ne va per sempre, senza turbarmi più di tanto. L’Istria che conoscevo e la Stridone che amavo e portavo nel cuore, non esistono più da molto tempo ed io, soltanto ora che ho perso tutti i miei familiari, me ne sono resa conto. Anzi, no, qualcosa è avvenuto prima ed ha lasciato traccia. Nell’anno in cui è morto mio fratello, alle spalle della nostra casa è apparsa un’orrida, scriteriata, imbarazzante costruzione di cemento che ha deturpato il paesaggio. Oltre all’ammasso cementificato si è pensato bene di devastare il delicato microcosmo carsico fatto di piante caratteristiche (prugnolo, rosa selvatica, biancospino, verbasco, ecc.), tutto spianato in attesa di farci un parcheggio o peggio, una spaventosa piscina. Dietro la finestra della cucina fatta da mio nonno Costantino alla fine della Prima guerra mondiale, improvvisamente in un giorno d’estate è apparsa una giovane donna gretta, volgare e ignorante che con un pretesto ha iniziato ad insultarmi, dandomi della “vecchia”; urlava in un croato dozzinale, involgarito da un’inflessione dialettale contadina dell’Istria centrale, e mi minacciava con gesti triviali del braccio. Cosce all’aria, seno a buon mercato strizzato in una maglietta adolescenziale che la faceva sembrare oltre modo sguaiata, la rustica bifolca in qualche modo è riuscita a farmi scendere al suo livello: l’ho insultata di rimando dicendole esattamente ciò che si meritava. Allora un’orda di familiari inferociti si sono presentati al cancello, urlando e minacciandomi con gli attrezzi da lavoro ricoperti di malta. Poco dopo l’arrabbiatura, mi sono chiesta: “ma io appartengo davvero a questo ambiente di subumani?” Ho pensato immediatamente “no, assolutamente no!” ma la risposta oggi va aggiustata: non sono mai appartenuta a quel mondo, perché quel mondo esiste da pochi anni ed è completamente diverso da come era prima. La mia Istria non esiste più per davvero, ora è una regione imbarbarita e involgarita come la zoticona di cui sopra, deturpata dall’edilizia fuori contesto, prostituita al denaro per il quale si vende la madre e si truffa la sorella… Un ambiente senza prospettive, con un turismo dalla bocca buona e dalle tasche piene (dati i prezzi) come quello di certi italiani che chiamano con orgoglio Capodistria Koper, Pola Pula, Ragusa Dubrovnik, Fiume Rijeka e soprattutto Parenzo Porek (sarebbe Poreč) senza avere la più pallida idea di come si pronuncia. Perché questi turisti sono soprattutto ignoranti, nel senso che non sanno niente; non conoscono la storia dell’Istria e men che meno quella della Croazia, ma esibiscono un comportamento da borghesucci inclusivi e anti italiani che è un unicum in tutta Europa. Non hanno mai letto Ivan Mažuranić o Vladimir Nazor e non sanno chi erano Marko Marulić o Miroslav Krleža, in compenso ostentano un’ammirazione sconfinata per la sconosciuta (a loro) cultura croata valutata superiore a quella italiana, da veri sottomessi che neanche il Marchese de Sade…
Così la storia, l’architettura, gli archivi storici che raccontano la verità attraverso i secoli, scompaiono, inghiottiti da moderni resort e campeggi attrezzati per il turismo di massa. L’italiano in molte zone è del tutto scomparso, dando di fatto ragione a Tito quando fece la sua più lungimirante previsione: nel giro di ottant’anni tutto ciò che è italiano non esisterà più. In realtà, non è neanche questo, l’essere italiani o meno, in quest’Europa contenitore abusata dalla voracità dei suoi governanti e da masnade di nuovi barbari lasciati indisturbati a pascolare. In Istria non ci sono le grandi librerie di Zagabria o i festival della letteratura, nemmeno i teatri della capitale croata; no, nella mia regione d’origine ci sono piscine scavate nel Carso e case storiche abbattute per lasciar spazio a complessi residenziali in cemento armato. Quindi basta, un taglio netto e passa la paura. Non sto soffrendo, affatto, ho venduto dopo la morte di mia mamma e non le ho dato quello che poteva essere un dispiacere, dato che tra quelle mura ha cresciuta la sua famiglia e ha consumato a furia di salire e scendere la scala di legno fatta dal nonno.
Mio fratello rimase turbato dalla zuffa in cui ero rimasta coinvolta, così mi disse di voler vendere tutto e lo avrebbe fatto se non fosse morto; a breve i suoi figli venderanno la loro parte e di noi spariranno le tracce da quell’irriconoscibile paese dove la nostra stirpe è vissuta per parecchi secoli. Può darsi che l’Istria farà ancora capolino nella mia vita, magari in qualche romanzo che racconterà la sua storia, la sua grazia perduta nel tempo, per ora, però, il mio viaggio si ferma definitivamente. Non metterò mai più piede nel buiese dove sono cresciuta, ho studiato, fatto amicizia, vissuto le prime simpatie amorose: è un capitolo chiuso che non si riaprirà mai più.
Poso il mio sguardo altrove, in Carnia. Da lì provenivano i “Punis” cognome storpiato dell’originale Fumis, patronimico di Fumi. Un mondo di confine quello della Carnia, con le grandi Alpi che apparentemente separano popoli e idiomi ma che con i sentieri e i passi li hanno sempre uniti; così Fumis diventa Fumić dalle parti della Kranjska Gora e non per nazionalismo ma per adattamento. A quel mondo montano, ruvido, difficile, dalla terra arida che dà poco e pretende tutto, sento di appartenere da sempre: chissà, forse è scritto nelle cellule e devo ancora imparare a decifrarne il messaggio.