Il Castello di Miramare, una reggia da sogno
Difficile definire il maestoso castello di Miramare a Trieste, con il suo fascino e la suggestione di un luogo da fiaba. Una reggia, una casa privata, una scenografia da sogno, come sarà sembrato questo magnifico luogo a Francesco Giuseppe quando venne a salutare il fratello Massimiliano, nuovo imperatore del Messico, il 9 aprile 1864. Forse sarà anche rimasto turbato nel veder sventolare la bandiera asburgica accanto al serpente dorato di Montezuma, l’ultimo grande sovrano azteco morto nel 1520, al tempo della conquista spagnola.
Per chi giunge via mare a Trieste, solcando l’azzurro dell’Adriatico, ha un’improvvisa apparizione fiabesca capace di colpire anche il meno romantico dei viaggiatori, lasciandolo stupito e ammirato. Il castello di Miramare, sulla scogliera, contro il verde cupo e cangiante, sembra un ricamo irreale di bianco merletto inamidato nella luce del sole. Il luogo era di una superba bellezza anche prima che fosse realizzato questo complesso da sogno e i suoi giardini pieni di piante da tutto il globo che hanno mutato la natura del promontorio e dell’insenatura di Grignano. Fu sicuramente questa primitiva visione a colpire un giovane principe austriaco ventitreenne che, su un bragozzo militare spinto dal vento e da onde turbolente, si avvicinava alla costa in una serata estiva del 1855. Si trovava sulla Madonna della Salute, una barca modesta che al levar del vento dovette avvicinarsi a quella suggestiva insenatura in cerca di una navigazione sicura. In quella serata e nella successiva notte, Ferdinando Massimiliano d’Asburgo, fratello di Francesco Giuseppe d’Austria e Ungheria, si innamorò del luogo dove decise di costruire la sua casa, un nido d’amore per la giovane fidanzata Carlotta, figlia di Leopoldo I del Belgio. Un amore luminoso anche se troppo breve, una vita stroncata prematuramente da un destino violento. Il giorno dopo Massimiliano passeggiò a lungo su quella riva, convincendosi che il primo impulso era quello giusto. Acquistò l’enorme terreno e iniziò la costruzione del castello nel marzo del 1856, per terminarla nel 1860. In quegli anni il principe d’Asburgo sposò Carlotta e sperimentò a livello politico una deludente parentesi come viceré del Lombardo Veneto fra il 1857 e il 1859.
Nell’antichità, la baia di Grignano aveva visto sorgere una maestosa villa romana, preludio di tempi dorati per questa porzione di Trieste. L’Istria di fronte, baciata dal mare, faceva parte della Decima Regione Romana, comprendente anche il Veneto e il Friuli. Pola, col suo maestoso anfiteatro di pietra bianca faceva da contraltare a Trieste e al suo raffinato teatro, liberato nel secolo scorso dalle case che vi erano abbarbicate intorno. Oltre c’era Aquileia, con le ville romane, le terme, gli edifici pubblici che testimoniano come sia stata importante in epoca augustea. Proprio a Grignano, Nigrignanum al tempo dei Romani, vennero trovati resti archeologici, presso una cappella che ricordava il martirio di San Canciano da Aquileia. Di queste vestigia del glorioso passato di Roma dovette averne conoscenza Massimiliano che, tra l’altro, usò il latino per tutte le iscrizioni poste sul castello e, in particolare, per la lapide che ricorda la posa della prima pietra della sua casa.
Miramare, o Miramar come il nome spagnoleggiante di un’altra dimora degli Asburgo a Maiorca, fu progettato da Carlo Iunker, famoso a Trieste per altre sue opere, fra cui l’acquedotto di Aurisina. Egli progettò il castello secondo il sogno romantico, fantasioso e colto del suo committente che scelse quello strano stile normanno ma più aereo, diafano, ricercato e a tratti irreale. La personalità di Massimiliano è impressa in ogni sasso, in ogni intaglio, nella casa come nel grande parco, per il quale ha raccolto semi ovunque e anche in Messico. Certe parti del castello e della decorazione, Massimiliano non poté mai vederle compiute e fra queste la Sala del Trono, di cui aveva disegnato personalmente le decorazioni del soffitto. I momenti più felici della vita dei giovani sposi a Miramare si sono limitati tra il Natale del 1860 e l’aprile del 1864, quando con la fregata Novara si recarono in Messico, dove li attendeva un crudele destino. Erano spinti da ragioni politiche e forse Carlotta sognava di realizzare certe sue ambizioni, invece stavano intraprendendo una disgraziata avventura. Tuttavia, per quattro anni la favola fu completa. Visitatori illustri, progetti, passeggiate, feste, sogni scandivano lo scorrere del tempo di Massimiliano e Carlotta, rattristati soltanto dalla mancanza di un figlio. Il castello si riempì in questi pochi anni di opere d’arte e sontuosi arredi, godibili da tutti dal 1955 quando fu istituito il Museo Storico Statale di Miramare. Non mancano le curiosità e gli ambienti singolari, come lo studio di Massimiliano in stile marinaro, detto anche Saletta Novara, perché riproducente il quadrato (locale per ufficiali e sottoufficiali) della nave comandata dal giovane arciduca quale ufficiale della marina.
Le varie stanze della reggia sono in stili diversi, secondo il gusto eclettico dominante a quel tempo, per cui gotico, rinascimentale, barocco, di scuola nazionale e straniera alternata, quando non mescolata, con risultati che oggi possono sembrare eccessivi o discutibili. Massimiliano aveva riunito anche diverse collezioni di oggetti, forse in vista della creazione di un museo privato, in cui la biblioteca era, ed è, una delle cose più apprezzate. Già il catalogo a stampa del 1863 contava 3.550 numeri di edizioni rare e di album di stampe, incrementati fino a diventare quasi il doppio. Dai suoi viaggi, Massimiliano aveva riportato ricordi di provenienza archeologica ed etnografica. Dalla ricca collezione egizia, rimane una sfinge sul molo del porticciolo, mentre il resto venne trasferito a Vienna dopo la morte dell’arciduca. Anche la collezione etnografica migrò in Austria e a Miramare restano soltanto alcuni trofei di caccia, armi africane, oggetti d’arte cinese e giapponese nei due salottini omonimi.
Sulla scogliera, a ridosso del giardino all’italiana, ricco di disegni arborei e punti di grande effetto scenografico, sorge la cappella di San Canciano, o Canzian, un santo poco noto ma molto considerato in passato e legato al patriarcato di Aquileia. Intorno alla cappella si sviluppa un giardino-parco eccezionale per ampiezza (22 ettari) e ricchezza, con piani e terrazzamenti artificiali, fatti con terra di riporto presa nei dintorni. In esso due mondi si fondono e armonizzano: quello del giardino all’italiana, sapientemente disegnato e quello delle piante esotiche, cresciute dai semi inviati da Massimiliano dal Messico. Egli aveva molto a cuore questa realizzazione, cui si era applicato come progettista. Il giardino è ornato da molte statue, copie di opere greche eseguite all’epoca da una ditta di Berlino, fra le quali la Venere di Capua, dei Medici, l’Ercole Farnese, oltre a un Napoleone del Canova e a un’Amazzone con il leone che domina il cortile del castello, ad opera di Augusto Kiss, il cui originale è a Berlino.
Cipressi di California e del Messico, cedri del Libano, abeti spagnoli e indiani ritmano lo spazio verde in armonie continue di pergolati, viali, fontane, angoli costruiti con sapienza scenografica ed evocativa, in cui fanno spicco l’isola dei cervi con il villino svizzero, il bagno detto “degli usignoli”, lo stagno dei fiori di loto, il belvedere. Da un lato, dalla parte opposta di Trieste, è il Castelletto, prima provvisoria dimora degli sposi, dove ha trovato sede il primo nucleo di una Galleria d’Arte Antica in via di espansione, comprendente opere di pittura veneta, lombarda, locale, ma anche un Cristo deposto di Gian Lorenzo Bernini.
La sfinge sul molo suggerisce enigmi e misteri. Nel suo significato antico rappresenta l’unione fra la forza del corpo del leone e quella del re, del faraone, di cui il volto dell’animale aveva le sembianze. Nella mitologia greca il suo significato è profondamente diverso e richiama una figura mostruosa, femminile, con corpo leonino che si ritrova nella tragedia di Edipo, figlio del re di Tebe, che libera la città dal mostro dopo aver sciolto un enigma. Nel destino dei signori del bianco castello di Miramare la sfinge sembra essere una presenza necessaria, quasi indispensabile. Il mistero della follia di Carlotta, la forza dominatrice che vince i nemici di Massimiliano richiamano questa mitica presenza del passato. Sullo zoccolo della sfinge di Miramare si leggono due parole greche che, nell’insieme, hanno valore profetico. Esse significano “il passato” e “il futuro”. Un grande passato, quello degli Asburgo, un grande futuro, quello di un paese ricco di fascino oltre oceano, ma, al centro, la sfinge, il mistero.
Fu Massimiliano, o un suo emissario, a portare a Miramare questa statua, nel momento in cui il futuro imperatore del Messico stava formando la sua collezione egizia. Il molo era stato creato per difendere la baia dai colpi di vento e la sfinge si trova in posizione tale da essere esposta alla furia del mare ogni qual volta questo si imbizzarrisce. Tuttavia, muta, maestosa, emblema di un destino che pesa sul castello pieno di misteri, aspetta e resiste, nonostante negli anni 1930-32 una mareggiata le abbia staccato la testa: un episodio di presagio nefasto per Amedeo e Anna d’Aosta, appena stabilitisi nel castello.
Uno dei misteri è quello del presunto figlio di Carlotta, di cui parlarono i giornali durante la Prima guerra mondiale. Si trattava del generale Maxime Weygand, che le biografie ufficiali fanno nascere il 21 gennaio 1867. Carlotta era in Europa da troppo tempo perché potesse trattarsi di un figlio di Massimiliano, né di un presunto abuso mediante droghe, perpetrato da certi messicani che volevano assicurare un erede al trono, magari mezzo sangue, un po’ indio e un po’ europeo. Corsero leggende d’ogni genere, si cercò di legare Massimiliano a una bellissima donna messicana, Olivia, di umili origini. Si cercò di accreditare un amore fuori dal matrimonio di Carlotta ma, in realtà, la sfortunata nobildonna non diede mai segno di essere in stato di gravidanza. Voci, sospetti, assurdità storiche avallate da sciocchi o pretestuosi libellisti, che fornivano appiglio ai feroci speculatori di una donna che ormai viveva nelle ombre della follia.
Un bimbo era nato a Bruxelles, aiutato a venire al mondo dal dottor Luois Laussedat, medico della Casa reale, anche se repubblicano convinto, il quale si era scomodato ad attraversare la città per aiutare una ignota quanto importante partoriente. Massimiliano e Carlotta non avevano figli legittimi e per il Messico si era ventilata la possibilità di una successione indiretta e storicamente valida nella figura di Agostino Iturbide, nipote di Agostino I, l’imperatore fucilato, adottato da Massimiliano a Carlotta.
Maxime Weygand visse una vita intensa e ricca, alla sua dipartita nel 1965, i giornali tornarono sull’argomento delle sue origini alquanto misteriose. Un mistero che non si può risolvere attribuendo la sua nascita ad una relazione di Carlotta, poiché la nobile non ebbe mai figli. Egli non avanzò alcuna pretesa di eredità ma purtroppo fece le spese dei pettegolezzi di tutta Europa fra le due guerre.
Il destino maligno che segnò la vita di Massimiliano e Carlotta accomuna gli sposi asburgici a un’altra coppia principesca cui nulla mancava, tranne una buona stella.
Massimiliano morì tragicamente a Queretaro il 19 giugno 1867, fucilato insieme ai suoi due generali rimastigli fedeli, senza che le potenze europee facessero nulla per salvarlo. Fu venduto per 3000 once d’oro da un colonnello e finì col darsi prigioniero ai repubblicani per evitare inutili stragi. La sua avvenuta era iniziata con i migliori auspici, dato che il Messico, dopo anni di guerra civile, sembrava aver trovato una certa stabilità con Massimiliano d’Asburgo, incoronato imperatore nel 1864 sotto la protezione delle armi francesi. Quando, però, Napoleone III richiamò in patria le sue truppe, la guerra civile riesplose con grande violenza. Massimiliano non se la sentì di lasciare i suoi sudditi, combatté con coraggio e pagò con la vita.
Triste fu anche il destino di Amedeo di Savoia, morto a Nairobi il 3 marzo del 1942, consumato dalla malattia, prigioniero di guerra, dopo essere stato viceré di un impero fragile e passeggero come fu quello di Etiopia. Amedeo sposò Anna di Francia e trascorse alcuni splendidi anni a Miramare, allietati dalla nascita della secondogenita Maria Cristina, circondato da un amore popolare veramente fuori dal comune. Possedeva tutte le qualità che si richiedevano a un capo: la bellezza e la prestanza fisica, l’affabilità, la classe. A Miramare Amedeo non volle vivere nelle stanze che furono di Massimiliano e Carlotta, per una forma di profondo rispetto. Scelse un’ala disabitata della reggia, la fece sistemare e qui visse per sei anni. La duchessa, quanto mai semplice, poteva essere vista nei negozi di Triste e fare la spesa come una qualsiasi casalinga della città. I triestini con il loro temperamento poco incline alle formalità, non potevano che apprezzare questa coppia di aristocratici: si ricorda che i velisti, passando con le loro barche, tralasciavano ogni etichetta e salutavano il duca a gran voce e chiamandolo per nome. Amedeo, come Massimiliano, si recò in terra straniera e come lui vi morì: il primo spinto in quella terra ostile dal senso del dovere, il secondo dall’ambizione, degli altri più che la sua, entrambi cavalieri senza macchia e senza paura.
Un senso di timore colpisce chi si avventura fra le mura di Miramare, timore giustificato dai destini dei due nobili proprietari, ma anche di altre persone. Alti ufficiali americani e inglesi ebbero tragica morte, dopo aver vissuto qui alla fine del secondo conflitto mondiale. Una leggenda di malasorte è nata nel tempo sulle bianche torri merlate del castello. Un arciduca lo costruì, un duca vi fu felice. Il tempo ha cancellato tutto: la nobiltà delle stirpi, la gioventù, l’amore, lasciando una splendida cornice per un quadro doloroso, con il tempo diventato uno scrigno di suggestiva bellezza per i visitatori.