Riaccendere la vita

 

Ogni uomo nasce come molti uomini e muore come uno solo

Martin Heidegger

 

 

Negli ultimi mesi ho trascorso poco tempo in campagna, nella casa d’infanzia e di famiglia, in Istria. I problemi e i crucci della vita quotidiana, le infinite incombenze e la stanchezza mi hanno tenuta lontano da quella magnifica natura che sento nell’anima. Poi un fine settimana, quasi inaspettatamente, mi sono ritrovata tra le mura secolari della vecchia dimora, con i lucidi mobili di legno ricoperti dalla polvere e le travi settecentesche popolate da ragnatele. Ho ripulito tutto, passato la cera sui mobili di mia nonna, cosparso gli armadi con fiori secchi di lavanda e poi, esausta, ho ricordato persone e fatti di tantissimi anni fa. Mi è venuto in mente un amico di famiglia, Giorgio, morto oramai da molto tempo. Così mi sono recata a casa sua, fuori dal paese, fuori anche dai villaggi, in un lembo di terra fatta di prati e boschi con un’incantevole vista sui monti che sovrastano la valle del Quieto. Nessuno abita più quella casa dagli stili confusi e poco coerenti, risalenti ad epoche diverse.

 

 

 

 

I prati però sono falciati, gli alberi che Giorgio amava sono ancora lì, incluso un rovere maestoso e antico. Ho sostato sotto a quel rovere, quella quercia (quercus petraea) longeva e dal legno eccezionale; il maestoso albero mi ha fatto venire in mente l’albero della vita, la metafora più universale del mondo. Proprio così, l’albero della nostra vita che come il rovere cresce lentamente, si sviluppa sfidando le intemperie, i parassiti, la siccità, i venti che vengono da lontano. Un albero che necessita il sole e l’acqua, un terreno da cui trarre nutrimento; un albero che, come qualsiasi altra pianta, si rafforza soprattutto con le potature. In inglese chiamano “decluttering” l’eliminazione delle cose inutili, il togliere di mezzo ciò che ingombra, come appunto i rami secchi o l’eccesso di ramificazioni che impediscono lo sviluppo di una pianta. Chiunque coltivi le piante in terrazzo o in giardino, come faccio io, sa che la potatura può salvare una pianta, così come può riaccenderle la vita e la bellezza, farla fiorire insomma dopo averla liberata del superfluo. Per l’albero della vita vale lo stesso principio, la medesima filosofia. I rami secchi si devono togliere, non gli si può consentire di succhiare la linfa vitale e indebolire i rami sani, il tronco, le foglie, i fiori e i frutti. Il taglio potrà essere una ferita sul momento, però questa recisione si trasformerà in breve in energia e vitalità straordinarie. Non è semplice chiudere una relazione che non ci dà più niente, tagliare i ponti con delle amicizie ammuffite e stantie, portatrici di dispiaceri e frustrazioni; non è semplice interrompere collaborazioni lavorative che succhiano energie senza dare soddisfazioni, lasciare gruppi o circoli di persone sui quali si è fatto affidamento inutilmente, realtà o individui che hanno deluso speranze e disatteso promesse: superare l’abitudine e la paura della solitudine è un’impresa titanica. Eppure avere il coraggio di recidere l’inutile, il superfluo, il nocivo, non può che portare giovamento e grande energia ai nostri progetti, alle nostre ambizioni, ai sogni che per troppo tempo abbiamo recluso nella sfera dell’immaginario. Posso dire in prima persona che i tagli netti sono stati un toccasana nella mia vita, pur avendomi fatto soffrire molto. Tagliando ho dimenticato le disillusioni, le umiliazioni, i torti e tutto il calderone di cattivi pensieri che si sono a lungo accumulati nella mia esistenza. Non importa quante volte il mio lavoro sia stato sottostimato da chi ha lucrato su di esso lasciandomi le briciole, non conta quante volte i presunti amici mi hanno abbandonata nel momento del dolore e dello sconforto, o per quanto tempo ho sbattuto la testa contro il muro di gomma dei privilegi dei raccomandati a vita che mi passeranno sempre davanti: l’albero che sto facendo crescere, sano e vigoroso, ora e privo di tutto il superfluo che in questi anni ho accumulato, privo delle scorie tossiche che lo hanno minacciato. Per parafrasare Heidegger, sono nata come tutti gli altri miei simili ma morirò sola, come un essere unico e irriproducibile. Sono un albero nella tempesta, come tutti gli altri, la mia sopravvivenza dipenderà da mille fattori diversi, ma la scommessa si giocherà soprattutto sulla capacità di potare e di cambiare, di deviare da un percorso di malattia dell’anima e intossicazione della mente, pur mantenendo le radici salde in un terreno roccioso. Giorni fa ho fatto l’esempio delle foglie, in uno degli articoli pubblicati qui sul mio sito. Chi non si sente una foglia al vento? Chi non ha la sensazione di fluttuare nell’aria sospinto in ogni direzione, senza avere la forza di contrastare gli eventi? Eppure siamo alberi completi, non solo foglie. Siamo esseri complessi ed estremamente fragili, perennemente in bilico sulla linea del baratro, capaci però di atti di coraggio estremi, come mutilare ciò che ci addolora e ci impedisce di crescere. Camminando sui prati della campagna istriana, tra foglie di vite appassite e canneti fioriti, tra il rosso del sommacco e delle piante rampicanti, sento forte il contatto con Gaia, la madre primordiale che tutto crea e tutto distrugge, e mi sento facente parte del Creato come il rovere dietro la casa di Giorgio.

 

 

 

 

Finalmente sono riuscita a capire che non si vive di sola ambizione, di solo impegno entusiasta, di libri sfornati uno dopo l’altro come in un vortice di pazzia; ho imparato a vivere con più leggerezza, con maggiore calma, senza l’ossessione di riuscire, di emergere a tutti i costi, di buttarmi a capofitto in qualsiasi progetto senza nemmeno chiedermi se è ciò che realmente voglio. Il lavoro di uno scrittore è complesso, difficile, foriero di gigantesche frustrazioni e di cadute dalle quali si ha la sensazione di non potersi rialzare più. Se si imprigiona la passione, la gioia della creatività, entro i limitati confini della riuscita a tutti i costi, non si può che cogliere frutti amari. Gli editori, i giornalisti, i critici, i “colleghi”, i lettori stessi, possono lanciarsi sullo scrittore ambizioso e sprovveduto come su una preda da masticare in fretta, da gettare nel dimenticatoio in un lampo. Invece la ricchezza interiore va custodita, va accudita e nutrita tramite la potatura, tramite i tagli netti che le gioveranno, dandole una vitalità nuova ed entusiasmante. Non vale solo per gli scrittori, per i creativi, per gli artisti: questa metafora riguarda ogni essere umano, in ogni singola fase della sua esistenza. Nelle prossime settimane le mie giornate saranno assorbite dalla scrittura, nella fase conclusiva di un gigantesco lavoro iniziato da oltre un anno. Mi siederò qui, alla mia scrivania, con il tenue profumo delle ultime rose che ho colto in Istria, e riempirò fogli bianchi di parole che creeranno immagini, storie, personaggi.

 

Lo farò senza fretta, senza angosce, senza chiedermi se il lavoro piacerà o meno o a chi lo affiderò; saranno lunghe mattinate, pomeriggi, forse anche notti, nei quali starò con me stessa e con i personaggi della mia storia, sarò loro e loro saranno me, senza bisogno che ci sia un limite di demarcazione. So che questa storia nutrirà l’albero, gli darà linfa, produrrà foglie lucenti e fiori incantevoli, e nessun ramo secco ne impedirà la crescita.

 

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