Il leone di vetro – film (2014)
Da qualche giorno è disponibile su Amazon Prime il film “Il leone di vetro” (The lion of Venice) del napoletano Salvatore Chiosi, prodotto dalla Venice Film. La sceneggiatura è di Renzo Carbonera e Maximiliano H. Bruno che ricopre un ruolo primario nel cast artistico. Presentato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, l’ambizioso film in costume ha beneficiato dei fondi regionali della Regione Veneto ed è stato certamente penalizzato da chi distribuisce a pioggia fondi statali per film inguardabili, diretti e interpretati dai soliti noti. Sì, sono polemica fin da subito e per dei validi motivi. Il film in questione presenta un cast di tutto rispetto: l’attore e doppiatore Claudio De Davide, Christian Iansante voce di Bradley Cooper, Sara Ricci, l’affascinante Alvaro Gradella e il già citato Maximiliano H. Bruno attore, sceneggiatore e regista. La cura nella realizzazione del film appare evidente, con una studiata fotografia, scenografie di grande effetto e dei magnifici costumi d’epoca. Sembra di immergersi nelle atmosfere della campagna veneta della Marca trevigiana della seconda metà dell’Ottocento, attraverso la storia familiare della famiglia Biasin che produce e commercia il suo prezioso vino Raboso in Europa. A loro fa da contraltare la decadenza degli aristocratici Querini, due nobildonne – madre e figlia – che cercano di evitare il tracollo e la perdita di tutto (terre, villa, titoli) con ogni mezzo. Alle vicende personali e familiari fa da cornice il plebiscito del 1866 che sancisce l’annessione al Regno d’Italia. Mi correggo, non solo da cornice ma da frattura profonda nella famiglia Biasin, dove nonno Alvise e il nipote primogenito Spartaco (reduce della battaglia di Lissa) sono contrari all’annessione, mentre Jacopo a capo dell’azienda agricola e il figlio minore Marco sono favorevoli. Splendida la ricostruzione storica della coltivazione dell’uva, la vendemmia, la produzione artigianale del vino e infine l’imbottigliamento del rosso Raboso in bottiglie con il Leone di San Marco: un modo originale per dare il titolo al film, fare da filo conduttore dell’intera storia e affermare un’identità culturale. Il vecchio Alvise tiene i conti dell’azienda ma è anche una memoria storica, un narratore della potenza che fu la Serenissima, un acido critico del dominio napoleonico – che si macchia di plateali gesti iconoclasti (vengono distrutti i Leoni di San Marco) – e insofferente nei confronti dell’Austria per tutte le sue regole, tasse e inutili balzelli. Ad ottobre, dunque, si va a votare e il giovane Marco, entusiasta come pochi, si spende in una campagna politica patriottica per il Regno. Il padre Jacopo forse nutre qualche dubbio, però alla fine si fida del nuovo inizio che viene annunciato, di quest’unità così sbandierata e ricercata. Ed è un nuovo inizio, una nuova patria di cui – dicono – occorre fidarsi. I “piemontesi”, come li chiama con un certo scherno Alvise, di tasse sono esperti: le aumentano a dismisura e la crisi della lira rende il fisco una macchinosa stritolatrice che non si ferma mai. Spartaco (M. H. Bruno) si dà alla macchia, si ribella, mentre il padre inventa scuse per spiegare la sua assenza; giovane, bello e spietato, seduce la sensuale e un po’ ingenua contessa Querini (S. Ricci) che diventa vittima della sua rabbia repressa. Anche Jacopo (C. Iansante) è vittima del fascino della giovane e fresca contessina di casa Querini (figlia), fino a mettere in discussione la sua famiglia. Il culmine della storia, a mio avviso, si ha con il confronto tra Jacopo e il podestà (A. Gradella), con una conversazione brutale che attraversa i secoli, le generazioni e continua a ripetersi, magari in altre forme, ma nel medesimo contenuto. A Jacopo vengono confiscate le terre, lui non ha più i soldi per mantenere la sua produzione, fa presente al funzionario statale che in questo modo non potrà fare il suo prezioso vino e di conseguenza non lo venderà più in mezza Europa. La risposta del funzionario è tipica del nostro Paese: “Ci sono altre terre dove produrre il vino. L’Italia ha bisogno di sacrifici e non di bambini piagnucolosi che si lamentano.” Ecco che ritrovo in questo spaccato la storia d’Italia dalla sua nascita ad oggi, senza cambiamenti se non nella forma (oggi parlano tutti un pessimo italiano condito da termini anglosassoni). So cosa vuol dire avere un’azienda agricola in questo Paese e come si viene stritolati senza pietà da un’insensata macchina burocratica che preferisce far fallire che far crescere. Vale per ogni azienda, piccola o grande, per ogni iniziativa privata strozzata e annichilita con una certa soddisfazione dal “podestà” di turno. Succede ai giovani istruiti costretti a scappare, succede ai pensionati che non riescono a vivere, alle grandi aziende che chiudono e delocalizzano. Il merito di questo film è portare la storia nel presente, raccontare il prezzo pagato dal Veneto e dai suoi abitanti ma anche da tutti gli altri italiani che hanno perso con l’unità e hanno affollato i transatlantici che li hanno portati lontano. “Il leone di vetro” è un film coraggioso, provocatorio, vero come pochi e per questo osteggiato, ostacolato, credo mai passato in televisione. Non piace a certi papaveri romani vedere queste ricostruzioni, le bollano come “indipendentiste” perché fare dell’autocritica sarebbe come ammettere certe responsabilità odierne che affondano le radici in quelle passate. Per fortuna Amazon Prime non è ostile alla Venice Film e alle sue produzioni, considerando che non è il loro primo lavoro presente sulla piattaforma: uno spazio importante per questo film del 2014 che difficilmente vedrete altrove.
Vi consiglio di non perderlo, di vederlo con attenzione.