L’inverno a Trieste

Inizio dell’anno, una luminosa giornata dal clima tiepido. Sto osservando il sole che si rispecchia sul mare del golfo di Trieste come fosse una colata d’oro intensa e abbagliante. A giugno saranno trent’anni che abito qui, in questa città decadente ma sempre bellissima. Avevo diciassette anni ancora da compiere quando mi sono trasferita assieme a mia madre; mio padre era rimasto oltre confine per un periodo e ci sentivamo sole in un luogo per molti versi estraneo. Abitavamo in un appartamento angusto, modestissimo, di cui mi vergognavo tanto. Da giovani lo spirito conformista è tale che la povertà appare una tragedia peggiore della morte. Da allora ne è passata di acqua sotto ai ponti, tanto che quella ragazzina impaurita e sola che viveva in un tugurio a San Giacomo, molto carina ma incapace di vedersi allo specchio, non sarei più in grado di riconoscerla. A Trieste la mia vita è cambiata radicalmente: ho studiato molto, letto un tir di libri, mi sono imposta un italiano quasi senza accento, ho imparato a stare in società, a vestirmi da occidentale, ad apprezzare cibi raffinati, a viaggiare, a scrivere tutti i giorni, a guardarmi allo specchio senza giudicarmi con ferocia, e mille altre cose che riempiono fin troppo la mia esistenza. Passeggiando la sera nel cuore di Trieste, in quel salotto buono, pulitissimo e curato che è piazza Unità d’Italia, mi sono resa conto di quanto sia bella questa città, di quanto la sua sobrietà la renda diversa dalla maggior parte dei centri medi e grandi italiani.

Eppure, per tanto tempo non ho saputo apprezzarla: l’ho vissuta come un luogo lontano da me, dalla mia anima perennemente alla ricerca del contatto con la natura e l’essenza delle cose. Per anni ho cercato di passare il Natale, la festa che amo di più, lontano da questo luogo d’adozione. Il mio spirito istriano riemerge con prepotenza sotto Natale, sento il bisogno del focolare dei nonni, delle mura antiche della casa, del profumo del legno che brucia nella stufa, delle camminate nei boschi spogli, tra gli spuntoni di roccia nudi e selvaggi. Questo Natale, invece, il caso ha voluto che rimanessi qui, a Trieste, il luogo dei tanti contrasti. La città mi ha accolto nel suo grembo luminoso nei giorni di dicembre, con le luminarie appese tra gli edifici, gli abeti addobbati davanti al Comune e le polemiche ironiche – tutte triestine – sulla stella cometa al rovescio in piazza Unità.

Per tanti versi Trieste appare anni luce lontana dal decennio 1830-40, quello del grande balzo in avanti del porto e di tutta la città, col suo status di porto franco esistente già dal 1719 che qui ha attirato gente di ogni nazionalità alla ricerca di fortuna. Nacque così il grande sistema assicurativo delle Generali e del Lloyd Triestino, il sistema cantieristico che diede lustro alle imprese marittime e quel porto che fu uno dei più influenti in Europa nel XIX secolo. Oggi la città appare assonnata e non reattiva, in questo inizio di decennio turbolento dove tutti devono muoversi a velocità inaudita per non essere tagliati fuori. Trieste sembra tagliata fuori da tempo e da tutto, con la popolazione che cala costantemente e invecchia inesorabilmente. Così, spesso mi perdo nella nostalgia, in quella lunga fascia di palazzi bianchi e lucenti lungo le rive che sembrano avere le radici nel mare del golfo, delimitato da banchine, moli, hangar, in cui si riflettono le articolazioni metalliche delle gru.

Poi, sopra questa fascia tanto borghese e asburgica, a questo tripudio architettonico imperiale, la distesa di tetti rossi che sale verso il verde e il bianco del Carso. Trieste colpisce per le sue poche zone pianeggianti e per le tante colline dove l’abitato si inerpica. Perché qui ogni cosa è una salita.

La città multietnica e multiculturale si ritrova nelle chiese delle diverse confessioni (cattolica, evangelica, serbo e greco ortodossa, valdese, ecc.) e nella bellezza marmorea della sinagoga. L’architettura neoclassica austera, la città vecchia con le tonalità grigie, il Castello di San Giusto che domina tutto dall’alto e il bianchissimo Castello di Miramare neogotico e anglicizzante che si impone sulla costiera, sono segni evidenti dei contrasti paradossalmente armonici che caratterizzano Trieste.

Una città chiusa per troppo tempo tra le barriere, alla ricerca spasmodica di un nuovo ruolo, di un senso che possa individuare una via da percorrere. Perché indietro non si torna mai e la nostalgia dell’impero è vanagloria del tempo che fu. Osservo la città da lontano, da un luogo interiore che non si è mai integrato e proprio per questo scruta con attenzione tutte le sue peculiarità. Ed è tra le rocce del Carso, tra i pini marittimi che franano verso il mare, tra gli spuntoni di pietra calcarea che irrompono nel paesaggio che la mia anima trova pace e guarda verso Trieste con occhi diversi, con stupore e ammirazione. La costiera serpeggia tra Miramare, Grignano e Barcola, per insinuarsi accanto al porto vecchio e irrompere in città, in una giornata d’inverno fin troppo mite, col cielo che si vela appena di foschia.

Oltre c’è l’Istria, la mia terra di origine; qui però, adesso, c’è Trieste, la città che mi ospita da tanto tempo senza che io l’abbia sufficientemente narrata, anche solo a me stessa. Non posso fare a meno di pensare a Scipio Slataper, alla sua descrizione del Carso così potente, così capace di turbare la mente: “Il carso è un paese di calcari e di ginepri. Un grido terribile, impietrito. Macigni grigi di piova e di licheni, scontorti, fenduti, aguzzi. Ginepri aridi. Lunghe ore di calcare e di ginepri. L’erba è setolosa. Bora. Sole. La terra è senza pace, senza congiunture. Non ha un campo per distendersi. Ogni suo tentativo è spaccato e inabissato. Grotte fredde, oscure. La goccia, portando con sé tutto il terriccio rubato, cade regolare, misteriosamente, da centomila anni, e ancora altri centomila”. Vorrei immergermi nelle oscurità degli abissi, riemergere come una risorgiva, scivolare senza timori tra le rocce e le radici dei pini, fino al mare, fino all’azzurro intenso dell’acqua che schiaffeggia la costa e incontrare finalmente quell’anima carsica e barbara descritta da Slataper. Quell’anima che ho sempre rifiutato di vedere. Vorrei soprattutto amare Trieste come in questi giorni d’inverno, nelle solitarie passeggiate tra il Carso e il mare, con lo sguardo rivolto verso la città degli scrittori che la consideravano regina mitteleuropea e sentirmici finalmente parte.

Non posso far altro che promettere alle rocce, al mare, allo spirito immortale di Slataper che ci proverò, che non sarò più sorda al suo richiamo né cieca alla sua bellezza, che mi opporrò con tutte le forze alle briglie del passato che mi impediscono di godere appieno di questo golfo profumato di salsedine e di resina e di acque sgorganti dal cuore della terra. Essere qui e adesso, nel tempo presente, in questo inverno ancora mite che rende Trieste affascinante come una dama da conoscere e da conquistare lentamente.

 

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