La vita davanti a sé

Un’epoca triste la nostra, un mondo per molti versi incomprensibile e inumano. Ai tempi della pandemia e dell’ipocondria, i vecchi si vorrebbero rinchiusi e isolati, abbandonati alla morte sempre più prossima, in una solitudine vuota che possa fagocitarli e tenerli lontano dalla coscienza collettiva, quella degli zombie con il drink in mano. Dopo la morte dell’immenso Sean Connery mi ero così rattristata da non trovare più conforto nemmeno nel cinema. Ma non per la morte in sé, bensì per gli acidi commenti fatti alla moglie del grande attore per aver parlato della sua malattia. Come ho già scritto, la superficialità e l’ignoranza del mondo che ci circonda non ammette che si parli di demenze senili, perché lo stesso concetto di vecchiaia viene respinto con infinito disgusto. Eppure, nei momenti meno felici per l’arte, la creatività e la cultura, appare una cometa luminosa che con la sua coda sfavillante ci conduce verso il grande cinema che credevamo scomparso. Il colosso dello streaming Netflix non brilla certamente in produzioni artistiche indimenticabili, diciamo piuttosto che sforna serie televisive mal scritte e peggio interpretate, condite da cliché a dir poco imbarazzanti, ma in numero talmente grande e dai temi così disparati da interessare milioni di utenti in tutto il mondo. Ogni tanto incappa pure in polemiche feroci che fanno crollare il titolo in borsa, come accaduto per l’incommentabile serie Cuties, costata cara alla piattaforma che si è vista cancellare migliaia di abbonamenti. Ebbene, proprio Netflix presenta da oggi, a livello mondiale, il nuovo film di Sophia Loren, diretto dal figlio Edoardo Ponti. La grande diva italiana ha da poco compiuto 86 anni e con questa straordinaria interpretazione è in odore di Oscar. Sarebbe il terzo, dopo quello per La Ciociara e alla carriera.

Sophia Loren in un frame del film su Netflix

In una Bari estiva, pervasa dal giallo e dall’arancio di una sapiente regia, viene trasposto il romanzo dello scrittore lituano Romain Gary o Émile Ajar (pseudonimi di Roman Kacew) La vita davanti a sé che conserva il medesimo titolo anche nell’adattamento cinematografico. Nel 1977 la leggendaria Simone Signoret interpretò il personaggio di Madame Rosa nell’adattamento francese e la pellicola vinse l’Oscar come miglior film straniero; oggi Sophia Loren sfida il mito e il tempo e diventa una Madame Rosa anziana, devastata dalle rughe della vecchiaia, con la mente in bilico e una realtà quotidiana difficile da sostenere. Se nella storia originale l’ambientazione è quella di una Parigi del dopoguerra, in quella di Edoardo Ponti e dello sceneggiatore Ugo Chiti la storia si sposta nel Sud Italia, a Bari appunto, nei quartieri difficili della città dove si mescolano immigrazione, emarginazione, piccola criminalità e tanta umanità disincantata, incapace di concepire un futuro migliore. Due universi di dolore e di abbandono si incontrano tra i vicoli di questa città e nel momento in cui il giovane Momò (il bravissimo Ibrahima Gueye) deruba l’anziana Rosa (Sophia Loren), i loro destini si intrecciano. Lui, adolescente senegalese solo, tradito dal sogno dell’Eden, dedito allo spaccio e con un’anima da artista; lei, sopravvissuta all’Olocausto, tormentata da una vita di incubi, dedita all’accoglienza dei bambini delle prostitute, che si vede scivolare verso la fine. La Loren è a dir poco struggente nell’interpretazione, una vera signora del cinema che ridimensiona se stessa in funzione della storia; perfetta nel ruolo di un’anziana fragile che perde la mente, ma ha nei ricordi della sua cantina una foto sbiadita che le ricorda le mimose in fiore. Quando la mano giovane del ragazzo di colore prende quella rugosa della vecchia ebrea, una speranza sembra nascere sullo schermo, l’idea di un mondo diverso nel quale poter credere sembra germogliare. Questa è la potenza del cinema vero, una forza che va oltre la dimensione del sogno e si incunea nella vita reale, dura, difficile che stiamo vivendo. Nella bella trasposizione cinematografica ho visto il trionfo della vecchiaia, la potenza dell’esperienza, la saggezza della vita vissuta fino in fondo e messa a disposizione dell’arte e della rappresentazione cinematografica. Sophia Loren fa impallidire star e starlette odierne, la sua capacità espressiva demolisce la recitazione da “serie tv”, l’impietosa regia del figlio coglie il tempo sul volto e il corpo della madre e fa scomparire ogni foto statica da inutile influencer che ci siamo adattati a sopportare. Da cinefila incallita non posso che applaudire quest’opera così particolare, piena di delicatezza e di fragilità, sperando che il colosso del web punti anche su produzioni di questo tipo, tra una serie tv spazzatura e l’altra.

 

 

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