Oh bell’Istria

Non posso fare a meno di pensare alla mia terra d’origine, oh bell’Istria, in questi momenti angoscianti. Non posso non provare dolore per quei borghi, paesi, cittadine, coste, mare, campi e boschi, dove la fortuna raramente arride e le crudeltà si esplicita nei modi peggiori. Così in tempo di pestilenza si dà dell’untore ad una vittima, la si accusa con rabbiosa ostilità sui mezzi di comunicazione e con tanti messaggi minacciosi amplificati dalla brutale ottusità del popolo dei social (un gregge di pecore alla ricerca del pastore violento); si mortifica la sua famiglia straziata dal dolore della perdita con una valanga di gratuita cattiveria, tipica degli ignoranti subumani di cui le società sono sature. Nessuno che si chieda, nemmeno per sbaglio, se la responsabilità è sempre e solo del singolo o magari delle amministrazioni statali che hanno massacrato i sistemi sanitari con spaventosi tagli lineari nei confronti di un settore troppo “sociale” per essere apprezzato ai tempi dell’iperliberalismo. Quindi uno chiama il medico, il virologo, l’ambulanza, una due, tre, quattro volte, e alla fine la morte sopraggiunge, perché quei tagli hanno tolto mezzi e dignità a tutti. Questo è ciò che è accaduto a Verteneglio, ma potrebbe accadere ovunque. Le persone, in fondo, non sono diverse da come lo erano nel Medioevo, la profonda ignoranza e insensibilità mettono in croce i malati, li trattano da appestati, e se muoiono qualcuno prova anche una sinistra soddisfazione. Auguro di cuore alla mia Istria di superare tutto, un’altra volta, come sempre ha fatto, non aspettandosi niente da nessuno, nemmeno un mea culpa: perché nessuno ha mai chiesto o chiederà scusa all’Istria e al suo popolo.

I resti dell'estate

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