Fine estate a Grado

Paese mio,

picolo nío e covo de corcali,

pusào lisiero sora un dosso biondo,

per tu de canti ne faravo un mondo

e mai no finiravo de cantâli.

 

Per tu ‘sti canti a siò che i te ‘ncorona

comò un svolo de nuòli matutini

e un solo su la fossa de gno nona

duta coverta d’alti rosmarini.

 

Paese mio,

piccolo nido e covo di gabbiani,

posato leggero su di un dosso biondo,

per te di canti ne farei un mondo

e mai non smetterei di cantarli.

 

Per te questi canti, perché ti incoronino

come un volo di nuvoli mattutini

e uno solo sulla fossa della nonna mia

tutta coperta di alti rosmarini.

 

Biagio Marin, tratto da “Cansone picole”, 1927

 

L’isola del sole, della laguna sabbiosa, ad inizio settembre è ancora estiva. Le spiagge accolgono un turismo più posato e tranquillo, amante delle passeggiate lungo il bagnasciuga e dei bagni alle terme marine. Il centro storico è silenzioso, le calli si animano poco, dandomi l’opportunità di camminare a lungo indisturbata. A Grado ci vengo fin da ragazza, da quando con le amiche trascorrevo giornate intere al mare e l’appartamento di famiglia serviva per farsi belle quando si usciva la sera. Erano diversi gli anni ‘90, si respirava ancora un’aria di speranza e di futuro, così lontani dalla cupezza dei nostri giorni. 

Eppure, a Grado mi sembra di tornare indietro nel tempo, come se mi si presentasse una realtà diversa da quella quotidiana. I viali alberati, gli alberghi di inizio Novecento, gli stabilimenti ancora eleganti ricordano l’amata belle epoque ed i suoi fasti. Per chi come me si sente fuori posto nel mondo attuale, Grado rappresenta un tuffo nel passato idealizzato, con qualche sfumatura malinconica qua e là.

Negli anni ci sono venuta spesso con i miei familiari ed è diventato un luogo dell’anima, come ho avuto modo di scriverlo spesso. Mia madre ama la sua casa al mare, l’odore pungente della laguna che si mescola alla salsedine e all’aroma dei pini marittimi, il sole che entra dalle grandi vetrate della veranda, le pareti azzurre dell’appartamento con pochi quadri colorati, il ricordo di mio padre che aleggia nell’aria e si posa su una foto di loro due assieme. La città lagunare regala emozioni forti ed evoca ricordi di una serenità ormai perduta, ma al contempo è una promessa di stagioni luminose, di mari luccicanti e di vacanze fuori dal tempo. Penso spesso alla sua storia quando vago tra i vicoli del centro storico, guardando le lapidi ed i mosaici che rimandano al V secolo, quando divenne il rifugio degli abitanti di Aquileia durante le invasioni barbariche. La sua vocazione di luogo-rifugio Grado non l’ha mai persa; le epoche dei barbari, dei patriarchi, delle conquiste sono finite, oggi la cittadina accoglie i turisti e le persone bisognose di una dimensione più umana, in fuga dalle città sempre più complicate e competitive. Così, in una calda settimana di settembre, prima dell’arrivo delle piogge autunnali, mi sono ritrovata in quella casa dalle pareti azzurre con l’odore del mare, le spiagge ancora popolate da turisti, i negozietti di souvenir aperti, ma nell’aria il cambiamento che preannuncia l’arrivo di una nuova stagione.

Camminando lungo la spiaggia ho incontrato lo stabilimento termale e il suo curato giardino, dove una sosta mi ha permesso di riposare sotto i pini, tra i fiori multicolori delle aiuole; il viale degli alberghi di inizio Novecento, con al fianco l’elegante spiaggia che termina sulla diga, tra costruzioni moderne dai colori forti, mi ha condotto in direzione della laguna; da qui una passeggiata nel centro storico e poi nel porto, passando da uno stile architettonico ad un altro.

Grado è così, un luogo dove le epoche si sovrappongono, gli stili cambiano repentinamente, ma con quell’aria da borgo d’altri tempi che non muta mai. Penso al poeta Biagio Marin che nacque in questa cittadina a fine Ottocento, figlio di un oste e orfano di madre, studente in lingua tedesca a Gorizia e poi in Istria, a Pisino. Un intellettuale che nella Firenze del 1911 frequentava Prezzolini, diventava amico di Slataper, Stuparich, Saba, Giotti, ma anche di Salvemini e Amendola. Tuttavia, nel suo vagare tra Vienna, l’Italia, la sua Regione, l’anima ritornava sempre a Grado, accanto al mare. Qui componeva i suoi versi nel vecchio dialetto gradese, la lingua del cuore di un artista che aveva studiato gli idiomi della Mitteleuropa ma che sentiva il bisogno di ritrovarsi a casa.

Una sensazione viva e pungente che sento quotidianamente, un sentimento che mi lega a Marin come a Tomizza che su quella diga passeggiava d’inverno, con un lungo cappotto scuro, guardando la costa istriana così vicina e al contempo così lontana. Il destino della gente di confine è questo, ritrovarsi in luoghi della memoria dove la geografia interseca la storia, dove il senso di smarrimento si acutizza ma trova anche il suo tonico naturale nella terra che incontra il mare. La fine dell’estate a Grado apre a nuove prospettive, non chiude mai niente, rimanda solo all’anno venturo.

 

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