Dicembre, il mese del Natale e del solstizio d’inverno

 

Dicembre mi cinge la vita e mi dice: “Vieni, ti mostrerò dei diamanti ben più sorprendenti del sole”. E dalla sua cesta sparge nel mondo ghiaccio e neve e brina.

(Fabrizio Caramagna)

Il decimo mese dell’anno per il calendario romano, il dodicesimo per quello giuliano. Dicembre è il mese delle feste, dell’inverno che avanza, del solstizio che annuncia un nuovo anno. Fin dall’antichità è legato al culto del sole e alle antiche celebrazioni precristiane per il solstizio d’inverno.

Nel calendario romano il termine Natalis veniva impiegato per molte festività, la nascita dell’Urbe ad esempio, il 21 di aprile, e in particolare per il Dies Natalis Solis Invicti (Sole Invitto), la festa dedicata alla nascita del sole e riferita, tra gli altri, al dio Mithra. Questa importante divinità fu introdotta a Roma da Eliogabalo e ufficializzata da Aureliano nel 274 d.C., celebrata nell’arco dei famosi saturnali romani che si tenevano dal 17 al 23 dicembre. La festa del solstizio d’inverno era importante per molti popoli, tra cui i Romani che in quel giorno celebravano il sole e le divinità ad esso legate.

Mitreo a Duino (TS)

Il dio Mithra in Oriente, da dove proviene il culto, era celebrato quale dio solare dell’ordine cosmico, portatore di nuova luce. Molte sono le teorie di una sovrapposizione del Natale cristiano al culto del sole presso i Romani. Il Deo Soli invicto Mithrae ebbe onori e “misteri” particolarmente sentiti in età imperiale e numerosi sono i monumenti tuttora esistenti a lui dedicati anche in altre parti d’Europa, come in Germania ad esempio. L’imperatore Costantino (280 – 337 d. C.) avrebbe così riunito il culto del Sole (di cui egli era seguace) e il culto di Mithra con il cristianesimo, iniziando la festa del Natale. Anche per altri popoli antichi il solstizio rappresentava un momento importante dell’anno, da celebrare con riti e festeggiamenti.

Echi di questi rituali precristiani si ritrovano ancora nelle usanze dell’albero e del ceppo nel mondo anglosassone. Anticamente in Gran Bretagna la notte della vigilia si accendevano candele di straordinaria grandezza e si metteva sul fuoco un ceppo di legno detto Yule-log o ceppo di Natale. Superfluo ricordare come questo rito si sia tradotto in mille rappresentazioni, anche culinarie, basti pensare al tronchetto di Natale che tutti abbiamo visto e gustato. La tradizione si riferisce a Yule o solstizio d’inverno, una delle quattro feste solari dei Celti, assieme a Ostara, equinozio di primavera, Lithà solstizio d’estate e Mabon, equinozio di autunno. Inferiori a quelle principali, Samhain, Imbolc, Beltane e Lughnasad, completano la ruota dell’anno celtico che racchiude le stagioni e il concetto mistico di continuità. La festività cadeva il 21 dicembre, in corrispondenza anche in questo caso del solstizio d’inverno. Per i Celti Yule rappresentava il ritorno della luce, del sole che da lì in poi avrebbe iniziato a riscaldare lentamente la terra. Veniva festeggiato come un passaggio di potere tra il vecchio re Agrifoglio, simbolo dell’inverno che doveva morire, e il giovane re della Quercia, simbolo del nuovo anno che sorge, in osservanza del culto degli alberi tanto caro a quel popolo. La celebrazione segnava il passaggio dalle tenebre alla luce, poiché la notte più lunga dell’anno preannunciava a un nuovo giorno e alle giornate che avrebbero incominciato ad allungarsi progressivamente fino alla primavera. Non appare dunque fortuita giustapposizione, ma consapevole opposizione (o meglio sostituzione), quella operata dai cristiani di Roma nel IV secolo; nel solstizio d’inverno sarà sorto il Sole delle anime destinato a sgominare gli dei falsi e bugiardi dei pagani. Il profeta Malachia aveva già profetato un Sole di Giustizia; e San Cipriano chiama Cristo vero Sole e Sant’Ambrogio nuovo Sole. In Germania la tradizione del Natale, molto sentita in tutti gli strati della popolazione, mostra una fusione tra varie derivazioni pagane dai rituali marcatamente nordici. Molto diffusa è la tradizione svedese dello Julklapp (in svedese Jul – Natale e Klappa – battere). Deriva da un’antica tradizione natalizia, durante la quale la persona, dapprima bussa alla porta (da cui julklapp) e poi lancia in casa il pacchetto con dentro il proprio regalo di Natale oppure con le indicazioni su dove trovarlo. Un’altra suggestiva tradizione è quella dell’Aschhenklaus (Nicola di cenere) riferito a San Nicola da cui deriverebbe la figura di Santa Klaus; un personaggio che vaga per le strade menando botte e frastuono, penetrando fin nelle case. Lo seguono capra e caprone, orso o cicogna e altre figure mascherate, cosparse di fuliggine o cornute. Spontaneo il richiamo ai paesi scandinavi, dove si sono mantenute più a lungo antiche tradizioni grazie ai canti popolari, oracoli, cibi e bevande rituali.

 

Nordico è poi l’uso del vischio (già sacro ai druidi) e l’alone delle virtù di panacea. Si riconosce la fede ancora pagana nell’onnipotenza della natura, quale si manifesta anche nell’uso di altri sempreverdi: alloro, edera, agrifoglio. La tradizione dell’albero di Natale poi, affonda le radici nel rituale più diffuso tra i pagani nordici che festeggiavano il solstizio. L’usanza di decorare gli abeti si diffuse rapidamente tra i Celti ma derivava dalle popolazioni vichinghe più vicine all’Artico: la durata imperitura del pino, nonostante la scarsità di luce, generava meraviglia e dedizione in queste popolazioni. In particolare, i Vichinghi ritenevano che l’abete rosso avesse delle proprietà magiche, tanto che il suo potere avrebbe evocato il ritorno della luce solare.

Dunque, i pini venivano abbelliti con ghirlande e frutti, mentre i rami di questo sempreverde si usavano per decorare le abitazioni. L’usanza dell’albero di Natale, così come lo intendiamo oggi, nasce in tempi più recenti ma comunque lontani, nel corso del tardo Medioevo tedesco. Pur avendo incorporato nei propri riti molte tradizioni di origine pagana, la Chiesa vietò inizialmente di abbellire gli abeti il giorno di Natale, preferendo l’uso dell’agrifoglio. La popolarità della ricorrenza però, soprattutto per i popoli nordici, convinse col tempo le istituzioni religiose ad ammetterne l’uso. Pare che la prima apparizione pubblica dell’albero di Natale sia avvenuta a Tallin, in Estonia, nel 1441; qui venne eretto un grande abete interamente decorato. L’usanza si estese in breve tempo alla Germania: nel 1570, a Brema, diversi alberi furono abbelliti con mele, noci e altre decorazioni. Verso la fine del ‘500, in Renania, si diffuse l’uso delle candele per illuminare i rami dell’albero; tuttavia solo nell’800 si ebbe una vera distribuzione di questa tradizione nel resto d’Europa.

Trieste

L’albero di Natale giunse a Vienna nel 1816 mentre in Francia nel 1840. Successivamente si diffuse in molte altre nazioni, anche nel Regno d’Italia, ma solo al Quirinale per volontà della regina Margherita. Per una vera diffusione dell’albero di Natale in Italia, occorre attendere il dopoguerra, quando iniziò rapidamente a comparire accanto ai presepi. Nella tradizione istriana l’albero è diffuso dai tempi dell’Austria e non mancava neppure in chiesa. Si andava nei boschi ricchi di pini a prendere le piante più adatte, si addobbavano con frutta, pigne colorate, candele e fiocchi d’ovatta che imitavano la neve. Paradossalmente, la mancanza del sole così ben espressa dalle parole di Caramagna che vede dicembre spargere diamanti di neve, ghiaccio e brina, era per gli antichi la festa del sole che risorge, in mezzo ai ghiacci dell’inverno del grande Nord.

Qualunque sia il vostro modo di festeggiare il Natale, che sia cristiano o pagano, rimane una celebrazione dedicata al rinnovamento della vita, un momento in cui si sta in casa, si ringrazia Dio, si fanno e si ricevono regali, ci si ritrova con le persone care, magari accanto ad un albero luminoso che rischiara le serate di gioiosa armonia.

 

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