Thanksgiving day, il giorno del Ringraziamento

Gli americani sono un popolo particolarmente sensibile alle festività, tanto che nella loro storia – ben più breve di quella della maggior parte delle civiltà occidentali – hanno raccolto le nostre tipiche celebrazioni, ne hanno aggiunte di nuove e hanno modificato il modo di festeggiare. Ci sono addirittura festività europee (precristiane e cristiane) giunte oltre oceano con i coloni, trasformate nel tempo e restituite all’Europa in chiave totalmente nuova: una su tutte Halloween, ma anche San Valentino, un modo nuovo di interpretare il Carnevale e il Natale. Per gli americani il Natale è il rito più grande di tutti, pur non avendo una storia radicata fin dal tempo dei colonizzatori.

Infatti, i pionieri quaccheri e puritani non usavano fare grandi festeggiamenti: fu soprattutto con la vasta immigrazione dei tedeschi e poi con l’affermarsi del cattolicesimo che il festoso rituale natalizio assunse grande importanza. Oggi il Natale, più che festa religiosa e di famiglia, è l’apogeo dell’anno commerciale e non solo per gli americani; in dicembre l’aria di festa pervade tutti gli esercizi commerciali del mondo e nessuno di noi ne è immune. Tuttavia, la festività più rappresentativa e tipica di questo popolo dai mille volti è il Thanksgiving day, il giorno del Ringraziamento, ed è anche la festa rimasta immutata nel tempo. Cercherò ora di riassumere brevemente l’origine di questa festività tipica americana che noi conosciamo soprattutto attraverso il cinema. Occorre andare molto indietro nel tempo, ai primi tentativi di colonizzazione dell’America settentrionale. Dopo alcuni tentativi falliti nell’ultimo ventennio del Cinquecento, nel 1607 coloni inglesi inviati dalla Compagnia di Londra fondarono la prima colonia destinata a durare, a Jamestown, in Virginia. Tredici anni dopo, nel 1620, sbarcavano sulla costa del Massachusetts, dalla nave Mayflower, un centinaio di “dissenzienti” della religione ufficiale anglicana, trasferitesi oltre Atlantico precisamente per poter professare liberamente la propria fede; veniva così fondato a New Plymouth il primo nucleo della Nuova Inghilterra (New England) che sarebbe divenuta la matrice dell’America più tipicamente anglosassone e quindi degli Stati Uniti.

 

Nella stessa zona giunse qualche anno dopo (1628 – 1630) una ben più cospicua migrazione di puritani, che fondarono prima Salem e poi altre città, fra le quali Boston. In pochi decenni la Nuova Inghilterra arrivò a comprendere quattro colonie (New Hampshire, Massachusetts, Rhode Island e Connecticut), mentre nella zona centrale della costa sorgeva il Maryland e più a sud si costituivano le colonie della Virginia, della Carolina settentrionale e della Carolina meridionale. La situazione però era tutt’altro che fluida, in quanto la territorialità inglese era interrotta con il Maryland da una colonia svedese e una olandese. Entrambe le colonie ebbero vita breve, in particolare Nuova Amsterdam, alla confluenza del fiume Hudson e l’East River, diventò New York con la conquista inglese.

Vi era una grande differenza tra le colonie e l’America anglosassone da una parte, e l’America francese e spagnola dall’altra. Per quanto grandi fossero le diversità tra le colonie inglesi settentrionali e centrali e quelle meridionali (compreso il Maryland), vigeva in ciascuna di esse quello spirito di libertà politica che si era sviluppato nella madrepatria con le lotte politico-religiose del Seicento: l’autogoverno locale, mediante assemblee elettive, funzionava in ogni colonia, quale che ne fosse la struttura costituzionale (colonie con autonomia). Che nelle colonie meridionali si fosse sviluppata una società aristocratica di grandi latifondisti che sfruttavano il lavoro degli schiavi africani e in quelle settentrionali una società democratica di piccoli proprietari terrieri, ciò non toglie che a fondamento della vita politica e sociale stesse sempre e dovunque un geloso e radicato senso di autonomia, una vigile coscienza dei propri diritti originari. Questo profondo sentimento ha pervaso e pervade tuttora la società americana, si trova alla base della sua storia, nella guerra d’Indipendenza come in quella di Secessione che mise a confronto due modi diversi di intendere l’autonomia. Il primato e l’egemonia mondiale di un paese di dimensioni continentali è costituito da un territorio immenso e diversificato, da un clima dai contrasti marcati. Grandi sono i suoi fiumi, i laghi, le foreste e le praterie, rilievi antichi e pianure costiere, regioni boscose e le immense città che urbanizzano i paesaggi.

 

Il concetto di grandezza e di estensione, di autonomia e di libertà si respira ovunque, anche nel modo di festeggiare i propri inizi. Così la celebrazione del Thanksgiving commemora il ringraziamento a Dio per il raccolto fatto dai primi pionieri del Massachusetts, il quarto giovedì di ogni novembre. Questa è la solennità più sentita negli Stati Uniti: meno clamorosa e meno commercializzata, però profondamente percepita da tutti gli americani, sia nei piccoli centri che nelle grandi metropoli. Si ritorna annualmente a ringraziare Dio, come lo fecero nel 1621 i pionieri del Massachusetts che dopo undici mesi di soggiorno nel nuovo mondo ringraziarono per il raccolto. Alla celebrazione dei primi coloni furono invitati anche gli indiani che portarono per il banchetto tacchini selvatici, mirtilli, pannocchie di mais e zucche. La festività fu istituzionalizzata nel 1863 da Abramo Lincoln che decise di proclamarla festa annuale durante il terribile momento della Guerra di Secessione.

Per gli americani di oggi questa è una festività più intima, legata ad un avvenimento della storia civica che inorgoglisce e unisce il popolo, così come unisce attorno ad una tavola imbandita le famiglie che fanno festa. Il menù è sempre tradizionale, non si mangia al ristorante bensì a casa e si lavora a lungo per rispettare la tradizione che arriva dal Seicento. Il menù dunque è rimasto quello tradizionale: tacchino farcito con ripieno di marroni, pane e salvia, servito con salsa di mirtilli (cranberry sauce); mincepies, pasticcio a base di uva passa, zucchero, mele e canditi, o l’autunnale torta di zucca (pumpkin-pie) con panna montata. Noi europei abbiamo visto tante volte queste tavole imbandite, i tacchini arrosti, la gente che si organizza in tutti i modi per arrivare a casa in tempo nei numerosi film che ci raccontano questa ritualità lontana.

Vorrei ricordarne uno su tutti, delizioso ed esilarante: Un biglietto in due (Planes, Trains and Automobiles) del 1987, con il compianto John Candy e Steve Martin. Il film, tra una battuta spassosa e l’altra, riassume il sentimento di unione e condivisione che la celebrazione rappresenta per tutti gli americani.

Le foto sono state gentilmente concesse da Nicoletta Svara.

 

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