Ode al pomodoro

Ode al pomodoro di Pablo Neruda

La strada si riempì di pomodori, mezzogiorno, estate, la luce si divide in due metà di un pomodoro, scorre per le strade il succo.

In dicembre senza pausa il pomodoro invade le cucine, entra per i pranzi, si siede riposato nelle credenze, tra i bicchieri, le matequilleras, le saliere azzurre.

Emana una luce propria, maestà benigna.

Dobbiamo, purtroppo, assassinarlo: affonda il coltello nella sua polpa vivente, è una rossa viscera, un sole fresco, profondo, inesauribile, riempie le insalate del Cile, si sposa allegramente con la chiara cipolla, e per festeggiare si lascia cadere l’olio, figlio essenziale dell’ulivo, sui suoi emisferi socchiusi, si aggiunge il pepe la sua fragranza, il sale il suo magnetismo: sono le nozze del giorno, il prezzemolo issa la bandiera, le patate bollono vigorosamente, l’arrosto colpisce con il suo aroma la porta, è ora! andiamo! e sopra il tavolo, nel mezzo dell’estate, il pomodoro, astro della terra, stella ricorrente e feconda, ci mostra le sue circonvoluzioni, i suoi canali, l’insigne pienezza e l’abbondanza senza ossa, senza corazza, senza squame né spine, ci offre il dono del suo colore focoso e la totalità della sua freschezza.

 

Raccontare con una poesia il frutto rosso dell’estate, in una rubrica dedicata alla cucina, potrebbe sembrare bizzarro e poco ortodosso; in realtà non lo è per niente e non dipende dal fatto che questa rubrica sia all’interno del sito di una scrittrice. Sì, per me le parole sono la vita, la loro danza che si proietta dalla mente al foglio, segnando pensieri e riflessioni sono l’essenza del mio essere. Le parole raccontano la fantasia, l’immaginazione ma anche il mondo che ci circonda, la realtà quotidiana, cogliendone ogni sfumatura. Il cibo, la cucina, i prodotti della terra, non sono solo nutrimento: sono l’essenza di una cultura.

Preparavo la salsa l’altro giorno quando mi è venuto in mente il genio di Pablo Neruda; in questa poesia lo scrittore coglie la bellezza, la purezza di un atto sublime, quello di trasformare il pomodoro rosso del Cile in una delizia che unisce le famiglie, riempie di aromi gli ambienti, si lega ai ricordi che accompagnano per tutta la vita. Non ho potuto fare a meno di pensare alla terra rossa dalla quale provengo, al pomodoro che coltivavano i miei genitori quand’ero piccola, alle bottiglie di salsa fatte da mia madre nelle calde giornate d’agosto.

Quell’aroma di pomodoro fresco che condiva la pasta, si versava sulla pizza fatta in casa e cotta nel forno a legna, arricchiva i sughi e addolciva il brodetto di pesce. Un aroma che mi riporta agli anni ’80, quand’ero una ragazzina, e in agosto raccoglievo i succosi pomodori nei campi, quando il sole calava illuminando l’orizzonte. Le estati non erano torride come adesso, il pomodoro maturava sotto il sole senza seccarsi e morire; non occorreva irrigarlo per ottenere la rossa viscera di cui parla Neruda, tutto avveniva come natura voleva. Lo si cuoceva, vi si tuffava dentro il prezzemolo tritato e poi si faceva riposare, si conservava per l’invero. Oggi il pomodoro lo acquisto a casse nei mercati, preparo la salsa con il basilico e non con il prezzemolo, e aggiungo altre aromatiche meravigliose: la maggiorana e l’origano coltivati da me.

Il profumo del pomodoro che bolle, della passata pronta, mi riportano a un tempo oramai lontano, e la nostalgia si fa viva. Non è solo pomodoro, non è semplicemente un ortaggio: è una poesia che unisce il presente al passato.

 

 

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