24 Febbraio 2026

Luoghi del Veneto: Cavaso del Tomba e il suo territorio

By admin

Il viaggio lungo il nastro azzurro del Piave è come un viaggio a ritroso nel tempo, dalla storia alla leggenda. Lo svariare di paesaggi è un crescendo di visioni e di emozioni che difficilmente si trovano altrove. Anzitutto il paesaggio geografico: le morbide colline di Asolo e di Conegliano verdi di vigneti sono come le ultime onde di una mareggiata che si spengono nella riposata distesa del piano. Tuttavia, subito dietro ad esse, sorge la cima del Grappa dove il verde pallido tende a confondersi con le tonalità del cielo reso celebre dai quadri dei pittori che qui si educarono all’arte: Giorgione, i Bassano, i Vecellio. Allineate dal Monte Grappa al Col Visentin, fino al Cansiglio e le Prealpi Venete, costituiscono una larga onda sollevata dalla crosta terrestre che in milioni di anni ha generato le Dolomiti. Il fiume, il Piave (o la Piave, al femminile ai tempi di Venezia) con il suo lungo nastro di ghiaie bianche e acque cerulee, sembra una divinità serpeggiante tra boschi, borghi e colline. Qui il paesaggio umano è intatto e immutato. Le cittadelle turrite e i castelli che coronano le colline col segno della civiltà medievale, addolcite dalle celebri ville venete che l’aristocrazia disseminò su questi clivi, cedendo ad architetture più legate all’ambiente naturale, più rustiche e caratteristiche. I borghi contadini e i casolari si adornano di balconi, di logge, di simboli della potenza della Serenissima. Dalle pendici del Monte Grappa verso il fiume Piave, scende dolcemente la Valle Cavasia.

Sono capitata in questa parte del Veneto per caso, invitata dal Comune di Cavaso del Tomba. Ho presentato il mio ultimo libro che parla di tensioni e di frontiere mai superate, in una zona distante dal confine dove le brutture e i fallimenti delle ideologie novecentesche quasi non si percepiscono più. Da sempre mi sento a casa in questa regione che è figlia di quella Repubblica che ha plasmato ed edificato l’Istria per quattro secoli e che parla un dialetto familiare, vicino al cuore e all’anima. Le pietre bianche dell’Istria parlano la stessa lingua.

L’area di Cavaso è antica, abitata dall’uomo già dalla preistoria e dal VI secolo a.C. probabilmente da tribù di Celti.

Nella pittoresca chiesetta di S. Martino di Castelcies si conserva il documento più antico di tutta la provincia di Treviso, scolpito su pietra d’arenaria, risalente al II a.C. Si tratta di un piccolo blocco di roccia quasi parallelepipedo, grezzamente squadrato scritto in lingua retica e sull’altro latina antica. I Reti erano un antico popolo che abitava l’arco alpino (Trentino-Alto Adige, parti di Lombardia e di Veneto) durante l’età del ferro; erano abili artigiani, guerrieri e agricoltori, sottomessi a Roma nel I secolo a.C. Secondo Plinio e Livio discendevano dagli Etruschi rifugiatisi sulle Alpi per sfuggire ai Galli. La scritta retica di S. Martino risale probabilmente al V o inizio IV secolo a.C., mentre la scritta latina potrebbe essere datata intorno al III o IV secolo d. C., in epoca di piena romanizzazione o cristianizzazione. Il testo è di difficile interpretazione, poiché mutilato, tuttavia rimane un documento di grande valore storico.

Alla caduta dell’Impero, seguono le invasioni barbariche di Unni, Goti e Longobardi che non portano solo distruzione ma anche una potente fusione culturale tra il mondo latino, germanico e il nascente Cristianesimo.

In questo periodo il territorio di Cavaso vive l’epoca d’oro dei castelli feudali. I conti Da Cavaso, di origine longobarda, arrivano nella vallata intorno al 750, pur non essendoci delle testimonianze scritte. Intorno all’anno Mille, dopo le devastazioni di un terremoto, il nobile Gherardo di Maltraversi fa edificare la fortezza di Cies (Castrumcaesum) da cui deriva Castelcies.

Inscindibilmente legati alla Curia di Treviso, i da Cavasio diventano figure importanti: la pieve di Cavaso, Pleb Cavaxii, era una delle 68 pievi del territorio trevigiano. I nobili di origine longobarda si convertirono al cattolicesimo romano, abbandonando l’eresia dell’Arianesimo. La chiesa parrocchiale, S. Maria di Cavaso, viene confermata diritto del vescovo di Treviso nella Bolla papale del 1152. I Da Cavaso, sempre più stimati e potenti, amici del vescovo e alleati con i Da Romano (influente famiglia del Pedemonte) sono chiamati durante la scrittura di importanti documenti dell’epoca: a Treviso, Feltre, Conegliano, Milano.

All’emergere della figura di Federico I il Barbarossa, Walperto I da Cavaso ricopre la carica di giudice di Treviso e rappresentante nella pace di Costanza (1183). I conti sono anche grandi guerrieri, come tutti i Longobardi, e si distinguono nelle battaglie di Feltre, Conegliano, Treviso e Padova. Walpertino II da Cavaso muore in battaglia nella contea di Cesana, combattendo contro le truppe del vescovo Gerardo da Feltre.

Intorno al 1200 i Da Cavaso diventano Da Onigo, poiché vendono le proprietà e si trasferiscono, sopravvivendo come casato fino al 1800.

Nel 1222 il territorio viene nuovamente colpito dal terremoto e in particolare Treviso registra notevoli danni. Anni dopo, da una Bolla papale, risulta che la chiesa di San Martino di Castielcies è proprietà dei conti Collalto. Intanto, i Da Romano diventano sempre più potenti, specialmente con le azioni militari dei fratelli Ezzelino IV il Tiranno e Alberico che estendono i domini da Treviso a Feltre, da Vicenza a Padova e Verona. A metà del Duecento conquistano il castello di Onigo, imprigionano il conte Giovanni, i suoi familiari e i seguaci. Dopo anni di torture e fame, Ezzelino fa firmare al Da Onigo un falso documento di vendita del castello. Treviso considera questo fatto un atto di tradimento e decreta la morte di ogni componente della famiglia dei Da Romano e riabilita i Da Onigo. Viene inscenato un grande processo, con molti testimoni, allo scopo di far sparire dalla scena politica i Da Romano.

A Treviso emerge con forza la casata dei Da Camino, nella Valle Cavasia centrale comandavano i Da Castelli, discendenti dei Maltraversi. In un impeto di sete di conquista, attaccano Treviso con l’obiettivo di conquistarla, però vengono scacciati dai Da Camino. Un altro terremoto devasta la zona, nel 1269, danneggia anche la rocca di Asolo. I Da Castelli non si danno pace e muovono nuovamente guerra contro i Da Camino, trovando una reazione anche più forte che porterà alla morte di Bonifacio, trucidato da Gherardo assieme ai suoi duecento soldati. Gherardo punta alla Valle Cavasia e distrugge ciò che trova sul suo cammino, incluso il castello di Cavaso.

Il Medioevo dei cavalieri e delle battaglie epiche finisce quando appare la potenza della Serenissima, i territori si sottomettono al suo dominio. Asolo ha il ruolo di controllare la Podesteria nella quale rientra anche Cavaso e le sue pievi. I Da Onigo, nel 1340, chiedono al doge la nobiltà veneziana. Tuttavia, il territorio viene devastato dagli Ungari e colpito dalla peste: ci vuole molto affinché si riprenda. Nel Cinquecento i soldati di Massimiliano d’Austria compiono scorrerie e saccheggi in tutto il territorio. Subito dopo, Cavaso inizia la brillante fase delle attività artigianali che ne faranno uno dei centri commerciali più importanti del Pedemonte del Grappa.

Il terremoto torna nuovamente a devastare il territorio nel 1695, seguito nei mesi successivi da piogge torrenziali e alluvioni. Molte abitazioni vengono rase al suolo e molte sono anche le vittime.

Cavaso, indomita come i suoi antichi signori longobardi, risorge di nuovo dalle sue ceneri e anche durante il dominio degli Asburgo il lavoro locale è motivo di vanto per i suoi abitanti. Sorgono officine di oreficeria, fabbriche di cappelli di feltro, tintorie, un filatoio, una tessitoria di lana, due di cotonine, una fabbrica di acquavite e due cave di pietra dove gli abili scalpellini sono in grado di produrre quasi tutto.

Alla fine dell’800 l’allevamento dei bachi da seta della famiglia Frezza dà vita ad una grande filandra che produce la seta e impiega personale fin oltre il 1950.

La Grande Guerra è un momento altamente drammatico per Cavaso e tutta la valle: la linea del fronte qui è a dir poco durissima e teatro di grandi battaglie. I campi fertili si riempiono di croci, tante giovani vite si spezzano con il monte Tomba sullo sfondo. Segue una forte emigrazione verso paesi e continenti lontani e al toponimo viene aggiunta la specifica in ricordo dei combattimenti.

Anche il secondo conflitto mondiale è cruento, con deportazioni e impiccagioni: nel 2025 viene conferita la Medaglia d’oro al valore civile al Comune di Cavaso del Tomba.

Il Veneto, regione ricca e laboriosa, offre luoghi, borghi e scorci di grande bellezza e suggestione; sono abituata a visitare le importanti città, prima tra tutte Venezia che considero la mia capitale culturale, e molto meno la provincia. Tuttavia, intendo cambiare prospettiva su questa regione che offre una sconfinata varietà di architetture, arte e paesaggio anche nelle zone rurali e nei piccoli centri storici. Ogni contrada, ogni valle, ogni vigneto raccontano un pezzo del percorso millenario di questa terra, con un complesso intrico di storie che sconfinano nella leggenda.

Intanto vi invito a visitare il comune sparso di Cavaso, di cui Caniezza è la sede comunale e Castelcies il cuore storico. Potrete visitare la suggestiva chiesa di S. Martino, i resti del castello, fare lunghe escursioni e soggiornare, tra i diversi luoghi, nel B&B “La corte di Cesio” di Laura Rossetto.

Il luogo è assolutamente strategico: a pochi chilometri da Asolo (città medievale fortificata) e si trova a breve distanza da Valdobbiadene, Treviso e Bassano del Grappa. L’offerta enogastronomica è tra le migliori che si possano sperimentare, con un vino che – come la sua storia – sconfina nella leggenda.